Regna il caos all'interno dello scacchiere politico. Casini, l'eterno ragazzo della politica, in Parlamento dal '83, azzera la "sua" Udc, per puntare a un unione fra tecnici e politici che ha, come dire, un po' il sapore di Prima Repubblica. Unire tecnici e politici non sarà cosa facile. Il leader "democristiano" punta ai popolari e ai moderati, ma l'operazione frutta una minestra riscaldata. Sono sempre loro, le facce non cambiano mai, di giovani non se vede neppure l'ombra. Il "Partito della Nazione", così sembra, è ormai ai cancelli di partenza: cambia il nome, ma l'ossatura è quella, anzi l'incrostazione è quella. Passando a sinistra, c'è un Partito Democratico diviso su diverse tematiche, che guarda a Sel e Idv come principali alleati. Le primarie sono un'utopia? Probabilmente si. E a destra, se così si può chiamare? La Lega è sulla via della resurrezione dopo lo scandalo interno relativo ai finanziamenti, mentre il Pdl sta cercando di capire se è legittimo considerare Alfano un serio leader di partito. D'altronde, il Popolo della Libertà è chiaramente ancora orfano di Berlusconi, che dirige da dietro come leader silenzioso, ed è forse questo il vero rebus del partito-azienda. Non godere più delle parole del suo capo carismatico tutte le mattine sulle prime pagine dei giornali può essere un colpo pesante. La mancanza di queste parole può essere ancora più pesante della mancata realizzazione dell'agenda di governo quando il Pdl stava a Palazzo Chigi.
domenica 22 aprile 2012
I nodi della politica
Regna il caos all'interno dello scacchiere politico. Casini, l'eterno ragazzo della politica, in Parlamento dal '83, azzera la "sua" Udc, per puntare a un unione fra tecnici e politici che ha, come dire, un po' il sapore di Prima Repubblica. Unire tecnici e politici non sarà cosa facile. Il leader "democristiano" punta ai popolari e ai moderati, ma l'operazione frutta una minestra riscaldata. Sono sempre loro, le facce non cambiano mai, di giovani non se vede neppure l'ombra. Il "Partito della Nazione", così sembra, è ormai ai cancelli di partenza: cambia il nome, ma l'ossatura è quella, anzi l'incrostazione è quella. Passando a sinistra, c'è un Partito Democratico diviso su diverse tematiche, che guarda a Sel e Idv come principali alleati. Le primarie sono un'utopia? Probabilmente si. E a destra, se così si può chiamare? La Lega è sulla via della resurrezione dopo lo scandalo interno relativo ai finanziamenti, mentre il Pdl sta cercando di capire se è legittimo considerare Alfano un serio leader di partito. D'altronde, il Popolo della Libertà è chiaramente ancora orfano di Berlusconi, che dirige da dietro come leader silenzioso, ed è forse questo il vero rebus del partito-azienda. Non godere più delle parole del suo capo carismatico tutte le mattine sulle prime pagine dei giornali può essere un colpo pesante. La mancanza di queste parole può essere ancora più pesante della mancata realizzazione dell'agenda di governo quando il Pdl stava a Palazzo Chigi. venerdì 6 aprile 2012
Vent'anni buttati
Delle poche cose che ho capito di questo ultimo periodo della politica italiana, uno è certo. I politici, la lezione, non l'hanno capita, e nulla è cambiato rispetto a vent'anni fa. Anzi, forse la situazione è probabilmente peggiorata. Dopo il caso Lusi interno al Partito Democratico, ora lo scandalo della Lega. Soldi ai partiti usati non per attività politica, ma per lo sfarzo e il benessere personale di qualche dirigente. E lo scandalo, a mio avviso, non sta tanto sul come sia stati spesi questi soldi. Il vero problema è che la Lega non è indagata per l'uso disparato di quei denari pubblici, ma solamente perchè non avrebbe iscritto, secondo l'accuso, quei soldi a bilancio. Il problema è la legge, oltre che delle teste. Fatta male, o meglio, fatta apposta per questa classe di politici, che ormai hanno mangiato a sbaffo, lasciando il conto da pagare ai cittadini onesti che in questi anni hanno sostenuto uno Stato pesante e sempre affamato di denaro. In vent'anni non siamo stati in grado di cambiare un bel nulla, se non nella pressione fiscale, sempre più alta, nella spesa pubblica, sempre più alta, e nel debito pubblico, sempre più alto. Il paese reale però è stanco. mercoledì 14 marzo 2012
Precari e flessibili
E' notizia di pochi giorni fa che la maggiori case automobilistiche tedesche assegneranno ai propri dipendenti succosi premi di produzione per l'anno record 2011. Tutti marchi che fanno capo al gruppo Wolkswagen. La casa madre di Wolfsburg girerà ai propri dipendenti un premio da 7500 euro; l'Audi, il marchio di fascia più alta, pagherà un bonus di 8251 euro, mentre per i lavoratori della Porschè la cifra sarà di 7600. Vanno bene lo cose anche per l'altro grande gruppo tedesco, la Daimler, che produce Mercedes e Smart, distribuirà premi per 4100 euro a testa. Questo è il quadro, e per una volta si può tirare un sospiro di sollievo, sapendo che i premi saranno pagati a impiegati e operai, e non ai grandi banchieri del modello Wall Street. Ora bisogna fare una riflessione. Perchè in Germania si e in Italia no? In Germania le macchine prodotte saranno forse migliori, migliore sarà anche l'affidabilità, e su questo forse non c'è molto da dire. E' necessario focalizzare l'attenzione sul metodo di lavoro, togliendola un po' al settore automobilistico. Partendo da un discorso generale, è la produttività e l'efficienza che portano ai risultati tedeschi. La Germania ha in proporzione, più o meno, i nostri stessi precari che lavorano con contratto a tempo determinato. In Italia la chiamiamo precarietà, mentre in Germania è vista come flessibilità. La chiamano così perchè vi è una rete di protezione sociale, c'è la possibilità di rientro immediato nel mercato del lavoro e soprattutto le buste paghe sono più robuste. L’Italia è a un punto di svolta: entro la prossima settimana si dovrebbe chiudere il tavolo sulla riforma del lavoro fra governo, sindacati e Confindustria. Saranno pure i padroncini dell’Europa fieri di loro, ma per una volta prendiamo come esempio i tedeschi. La priorità è aumentare lo stipendio ai precari, lasciandoli anche precari se necessario anche per un tot di mesi, ma garantendogli una rete di protezione nel caso di crisi aziendale. E’ uno dei pochi modo per trasformare gradualmente la precarietà in flessibilità, condizione necessaria per far tornare gli stranieri a investire nel BelPaese. giovedì 26 gennaio 2012
Wage or Job Competition?
In questo ultimo mese ho preparato l'esame di economia del lavoro, il terz'ultimo prima del conseguimento della laurea triennale in economia dei mercati. Durante la preparazione ho studiato con attenzione interi capitoli sui modelli macroeconomici relativi al mercato del lavoro, principalmente su sindacati e contrattazione salariale. Sul mercato esistono due forme di reclutamento del personale lavorativo, la wage competition e la job competition, quest'ultima molto più frequente della prima. Nella “wage” i lavoratori competono sui salari, e chi offre all'imprenditore una busta paga più leggera, è assunto, mentre la “job” prevede una competizione in base ai titoli di studio e alle qualità individuali del singolo lavoratore. Neanche a dirlo, la job è la forma di selezione più utilizzata e forse ritenuta anche più etica. Ma è proprio così nella realtà attualissima? Sinceramente a me non sembra. La globalizzazione ha ormai rimescolato tutte le carte in tavole. Quando in un primo momento la richiesta sul mercato del prodotto era esigente, si ricercava sempre qualità e specializzazione, caratteristica della job competition. La delocalizzazione nei paesi in via di sviluppo ha inesorabilmente spostato l’asse verso la wage competition. I nostri lavoratori, soprattutto i nostri operai, che, per rimanere sul mercato del lavoro, sono obbligati a specializzarsi sempre di più, competono ogni giorni per non farsi spazzare via dalla manodopera a basso costo. La normalità, per chi conosce la globalizzazione. Un po’ meno per chi ha faticato anni per specializzarsi e aumentare la qualità del proprio lavoro, e si viene visto scavalcare da qualche sfruttato lavoratore cinese o indiano. mercoledì 11 gennaio 2012
Asia - Europa 1-0
Il 2011 sarà ricordato per la grave crisi economica, per lo spread, per i titoli spazzatura, per l'uscita di scena di Berlusconi in Italia, e per migliaia di altri avvenimenti. Ce né uno in particolare, però, che regala gioia e amnesia. Lo scorso 31 ottobre, in India è nato il settimo miliardesimo abitante del pianeta. La popolazione cresce e crescerà ancora, tanto che nel 2050 si stima possa raggiungere i nove miliardi. Una cifra da capogiro se pensiamo che, entro questa data, gli agricoltori dovranno aumentare del 70% la produzione per far fronte alla domanda in costante espansione. D'altra parte però le superfici agricole rimangono ferme, se non addirittura diminuiscono. Motivo che ha spinto da qualche anno a questa parte grandi paesi a fare shopping nelle aree più povere del mondo. Cinesi, coreani e indiani dal 2008 in poi fino ad oggi si sono scatenati in Africa e nel Sud America. Il dragone ha letteralmente messo le mani sui terreni agricoli mondiali. Le grandi società agroalimentari cinesi, spinte dal governo, hanno goduto del sostegno finanziario e diplomatico di Pechino, ed ora controllano alcuni milioni di ettari nel mondo. Tutto questo è accaduto e accade mentre in Europa, negli ultimi decenni, i terreni coltivabili sono diminuiti del 26%. Se in un tempo non troppo lontano noi europei primeggiavamo almeno dal punto di vista agricolo, ora senza alcun dubbio abbiamo dovuto cedere lo scettro agli asiatici. Competere con loro sarà quasi impossibile.martedì 10 gennaio 2012
Dieci, Cento, Mille Cortina
La Regina delle dolomiti sotto assedio. Controlli ad Abano Terme. Sono piccoli segnali, altro che Stato di polizia tributaria. Sono sempre dalla parte del libero mercato e contro la pesante burocrazia statale, ma i controlli antievasione sono sacrosanti. Ce ne fossero sempre, ogni giorno. Non è questione di Stato di polizia o meno. Viviamo in un paese che si porta ogni anno sulle spalle un fardello da 200 miliardi di evasione fiscale, euro più euro meno. Con questi soldi potremo non solo ridurre il debito pubblico, ma garantire servizi migliori ai cittadini, tagliare la pressione fiscale ormai arrivata a livelli imbarazzanti e svecchiare una burocrazia opprimente che risulta essere la vera palla al piede delle nostre imprese. Freghiamocene delle lacrime di coccodrillo, dei piagnistei di chi vive sulle spalle degli onesti, facciamo pagare a tutti tutto. lunedì 28 novembre 2011
Siamo ancora vivi
Un piccolo sussulto d'orgoglio in questo Paese diviso, spaccato e lacerato. Il Btp Day ci ha ricordato per un giorno cosa vuol dire essere italiano. Fino all'ultimo, condividere gli stessi ideali, gli stessi problemi, ed essere consapevoli dei rischi a cui andiamo in contro. Quei tanti italiani che oggi si sono recati in banca a comprare titoli italiani sono da elogiare, come lo sono quelli che l'avrebbero voluto fare pur non avendone la disponibilità. Due miliardi e mezzo di euro venduti sottoforma di titoli in un solo giorno costituiscono un numero rilevante: non tanto per il fatto economico (o meglio, anche quello per carità), ma per il fatto simbolico, l'essere uniti insieme per salvare il Paese. La coesione che hanno dimostrato oggi gli Italiani, con la I rigorosamente maiuscola, deve superare il gruppo di furbetti che ancora vive indisturbato, evadendo le tasse oppure vivendo sulle spalle degli altri. Un sentito grazie ai risparmiatori italiani, quelli onesti.
Iscriviti a:
Post (Atom)