E' notizia di pochi giorni fa che la maggiori case automobilistiche tedesche assegneranno ai propri dipendenti succosi premi di produzione per l'anno record 2011. Tutti marchi che fanno capo al gruppo Wolkswagen. La casa madre di Wolfsburg girerà ai propri dipendenti un premio da 7500 euro; l'Audi, il marchio di fascia più alta, pagherà un bonus di 8251 euro, mentre per i lavoratori della Porschè la cifra sarà di 7600. Vanno bene lo cose anche per l'altro grande gruppo tedesco, la Daimler, che produce Mercedes e Smart, distribuirà premi per 4100 euro a testa. Questo è il quadro, e per una volta si può tirare un sospiro di sollievo, sapendo che i premi saranno pagati a impiegati e operai, e non ai grandi banchieri del modello Wall Street. Ora bisogna fare una riflessione. Perchè in Germania si e in Italia no? In Germania le macchine prodotte saranno forse migliori, migliore sarà anche l'affidabilità, e su questo forse non c'è molto da dire. E' necessario focalizzare l'attenzione sul metodo di lavoro, togliendola un po' al settore automobilistico. Partendo da un discorso generale, è la produttività e l'efficienza che portano ai risultati tedeschi. La Germania ha in proporzione, più o meno, i nostri stessi precari che lavorano con contratto a tempo determinato. In Italia la chiamiamo precarietà, mentre in Germania è vista come flessibilità. La chiamano così perchè vi è una rete di protezione sociale, c'è la possibilità di rientro immediato nel mercato del lavoro e soprattutto le buste paghe sono più robuste. L’Italia è a un punto di svolta: entro la prossima settimana si dovrebbe chiudere il tavolo sulla riforma del lavoro fra governo, sindacati e Confindustria. Saranno pure i padroncini dell’Europa fieri di loro, ma per una volta prendiamo come esempio i tedeschi. La priorità è aumentare lo stipendio ai precari, lasciandoli anche precari se necessario anche per un tot di mesi, ma garantendogli una rete di protezione nel caso di crisi aziendale. E’ uno dei pochi modo per trasformare gradualmente la precarietà in flessibilità, condizione necessaria per far tornare gli stranieri a investire nel BelPaese.
mercoledì 14 marzo 2012
Precari e flessibili
E' notizia di pochi giorni fa che la maggiori case automobilistiche tedesche assegneranno ai propri dipendenti succosi premi di produzione per l'anno record 2011. Tutti marchi che fanno capo al gruppo Wolkswagen. La casa madre di Wolfsburg girerà ai propri dipendenti un premio da 7500 euro; l'Audi, il marchio di fascia più alta, pagherà un bonus di 8251 euro, mentre per i lavoratori della Porschè la cifra sarà di 7600. Vanno bene lo cose anche per l'altro grande gruppo tedesco, la Daimler, che produce Mercedes e Smart, distribuirà premi per 4100 euro a testa. Questo è il quadro, e per una volta si può tirare un sospiro di sollievo, sapendo che i premi saranno pagati a impiegati e operai, e non ai grandi banchieri del modello Wall Street. Ora bisogna fare una riflessione. Perchè in Germania si e in Italia no? In Germania le macchine prodotte saranno forse migliori, migliore sarà anche l'affidabilità, e su questo forse non c'è molto da dire. E' necessario focalizzare l'attenzione sul metodo di lavoro, togliendola un po' al settore automobilistico. Partendo da un discorso generale, è la produttività e l'efficienza che portano ai risultati tedeschi. La Germania ha in proporzione, più o meno, i nostri stessi precari che lavorano con contratto a tempo determinato. In Italia la chiamiamo precarietà, mentre in Germania è vista come flessibilità. La chiamano così perchè vi è una rete di protezione sociale, c'è la possibilità di rientro immediato nel mercato del lavoro e soprattutto le buste paghe sono più robuste. L’Italia è a un punto di svolta: entro la prossima settimana si dovrebbe chiudere il tavolo sulla riforma del lavoro fra governo, sindacati e Confindustria. Saranno pure i padroncini dell’Europa fieri di loro, ma per una volta prendiamo come esempio i tedeschi. La priorità è aumentare lo stipendio ai precari, lasciandoli anche precari se necessario anche per un tot di mesi, ma garantendogli una rete di protezione nel caso di crisi aziendale. E’ uno dei pochi modo per trasformare gradualmente la precarietà in flessibilità, condizione necessaria per far tornare gli stranieri a investire nel BelPaese. giovedì 26 gennaio 2012
Wage or Job Competition?
In questo ultimo mese ho preparato l'esame di economia del lavoro, il terz'ultimo prima del conseguimento della laurea triennale in economia dei mercati. Durante la preparazione ho studiato con attenzione interi capitoli sui modelli macroeconomici relativi al mercato del lavoro, principalmente su sindacati e contrattazione salariale. Sul mercato esistono due forme di reclutamento del personale lavorativo, la wage competition e la job competition, quest'ultima molto più frequente della prima. Nella “wage” i lavoratori competono sui salari, e chi offre all'imprenditore una busta paga più leggera, è assunto, mentre la “job” prevede una competizione in base ai titoli di studio e alle qualità individuali del singolo lavoratore. Neanche a dirlo, la job è la forma di selezione più utilizzata e forse ritenuta anche più etica. Ma è proprio così nella realtà attualissima? Sinceramente a me non sembra. La globalizzazione ha ormai rimescolato tutte le carte in tavole. Quando in un primo momento la richiesta sul mercato del prodotto era esigente, si ricercava sempre qualità e specializzazione, caratteristica della job competition. La delocalizzazione nei paesi in via di sviluppo ha inesorabilmente spostato l’asse verso la wage competition. I nostri lavoratori, soprattutto i nostri operai, che, per rimanere sul mercato del lavoro, sono obbligati a specializzarsi sempre di più, competono ogni giorni per non farsi spazzare via dalla manodopera a basso costo. La normalità, per chi conosce la globalizzazione. Un po’ meno per chi ha faticato anni per specializzarsi e aumentare la qualità del proprio lavoro, e si viene visto scavalcare da qualche sfruttato lavoratore cinese o indiano. mercoledì 11 gennaio 2012
Asia - Europa 1-0
Il 2011 sarà ricordato per la grave crisi economica, per lo spread, per i titoli spazzatura, per l'uscita di scena di Berlusconi in Italia, e per migliaia di altri avvenimenti. Ce né uno in particolare, però, che regala gioia e amnesia. Lo scorso 31 ottobre, in India è nato il settimo miliardesimo abitante del pianeta. La popolazione cresce e crescerà ancora, tanto che nel 2050 si stima possa raggiungere i nove miliardi. Una cifra da capogiro se pensiamo che, entro questa data, gli agricoltori dovranno aumentare del 70% la produzione per far fronte alla domanda in costante espansione. D'altra parte però le superfici agricole rimangono ferme, se non addirittura diminuiscono. Motivo che ha spinto da qualche anno a questa parte grandi paesi a fare shopping nelle aree più povere del mondo. Cinesi, coreani e indiani dal 2008 in poi fino ad oggi si sono scatenati in Africa e nel Sud America. Il dragone ha letteralmente messo le mani sui terreni agricoli mondiali. Le grandi società agroalimentari cinesi, spinte dal governo, hanno goduto del sostegno finanziario e diplomatico di Pechino, ed ora controllano alcuni milioni di ettari nel mondo. Tutto questo è accaduto e accade mentre in Europa, negli ultimi decenni, i terreni coltivabili sono diminuiti del 26%. Se in un tempo non troppo lontano noi europei primeggiavamo almeno dal punto di vista agricolo, ora senza alcun dubbio abbiamo dovuto cedere lo scettro agli asiatici. Competere con loro sarà quasi impossibile.martedì 10 gennaio 2012
Dieci, Cento, Mille Cortina
La Regina delle dolomiti sotto assedio. Controlli ad Abano Terme. Sono piccoli segnali, altro che Stato di polizia tributaria. Sono sempre dalla parte del libero mercato e contro la pesante burocrazia statale, ma i controlli antievasione sono sacrosanti. Ce ne fossero sempre, ogni giorno. Non è questione di Stato di polizia o meno. Viviamo in un paese che si porta ogni anno sulle spalle un fardello da 200 miliardi di evasione fiscale, euro più euro meno. Con questi soldi potremo non solo ridurre il debito pubblico, ma garantire servizi migliori ai cittadini, tagliare la pressione fiscale ormai arrivata a livelli imbarazzanti e svecchiare una burocrazia opprimente che risulta essere la vera palla al piede delle nostre imprese. Freghiamocene delle lacrime di coccodrillo, dei piagnistei di chi vive sulle spalle degli onesti, facciamo pagare a tutti tutto. lunedì 28 novembre 2011
Siamo ancora vivi
Un piccolo sussulto d'orgoglio in questo Paese diviso, spaccato e lacerato. Il Btp Day ci ha ricordato per un giorno cosa vuol dire essere italiano. Fino all'ultimo, condividere gli stessi ideali, gli stessi problemi, ed essere consapevoli dei rischi a cui andiamo in contro. Quei tanti italiani che oggi si sono recati in banca a comprare titoli italiani sono da elogiare, come lo sono quelli che l'avrebbero voluto fare pur non avendone la disponibilità. Due miliardi e mezzo di euro venduti sottoforma di titoli in un solo giorno costituiscono un numero rilevante: non tanto per il fatto economico (o meglio, anche quello per carità), ma per il fatto simbolico, l'essere uniti insieme per salvare il Paese. La coesione che hanno dimostrato oggi gli Italiani, con la I rigorosamente maiuscola, deve superare il gruppo di furbetti che ancora vive indisturbato, evadendo le tasse oppure vivendo sulle spalle degli altri. Un sentito grazie ai risparmiatori italiani, quelli onesti.martedì 15 novembre 2011
Le misure da prendere
Ecco, a mio modestissimo modo di vedere, cosa si può fare per far tornare l'Italia a marciare. Ci sono misure di cui si è già parlato, con qualche nuova idea.
ABBATTIMENTO DEBITO PUBBLICO (Reperimento risorse)
Misure immediate:
- Vendita delle quote nelle partecipate, privatizzazione delle municipalizzate e della parte di patrimonio pubblico inutilizzato dismesso.
- Dismissioni dei terreni agricoli statali in favore dei giovani agricoltori (5 mld)
- Tassazione patrimoniale sui patrimoni oltre il milione di euro
- Reintroduzione Ici per prime case con superfici oltre i 300 mq
- Tracciabilità fin dai 200 euro (misura antievasione)
- Contributo del 5% sugli stipendi dei parlamentari fino alla fine della legislatura, un contributo del 5% sugli stipendi dei top manager pubblici nel 2012 (alti funzionari, rettori, diplomatici, compresi i magistrati), un contributo dell'5 % sui presidenti di Regione e Provincia per 6 mesi, un contributo del 5% sugli stipendi dei consiglieri regionali per 6 mesi, un contributo dell’1% per 3 mesi sugli stipendi degli assessori regionali, provinciali, comunali e sindaci. Contributo del 1% sugli stipendi dei dirigenti pubblici per 3 mesi.
-Aumento delle tassazione sulle sigarette di 10 centesimi (300 mln)
Misure strutturali:
Ø Riduzione del numero dei deputati, 630 a 300, e dei senatori, da 315 a 100, sul modello americano. Riduzione del 30% del numero dei consiglieri regionali.
Ø Abolizione delle Province con il mantenimento delle aree metropolitane e blocco del turn over, prepensionamenti e reinserimenti nel mondo del lavoro privato dei dipendenti provinciali. Vendita dei palazzi delle province se di proprietà statale. Ripartizione dei compiti fra Regioni e Comuni.
Ø Abolizione del vitalizio per parlamentari e consiglieri regionali, riduzione di 1000 euro di diaria dalla prossima legislatura per consiglieri regionali e parlamentari.
Ø Graduale passaggio di adattamento ai costi minimi standard della democrazia, 8 euro per abitante, sul modello dell’Emilia Romagna.
Ø Revisione dell’architettura dello Stato e dei poteri delle Regioni a Statuto Speciale per quanto riguarda i costi della politica.
Ø Vendita del parco macchine dello Stato e affidamento del servizio ad enti privati.
Ø Rivedere il modello pensionistico: non deve essere intaccato il principio dei 40 anni di lavoro, assolutamente sacri. Maggiore equità, ovvero colpire i baby pensionati andando a rivedere quando sono andati in pensione: viene applicata una tassa del 5% aggiuntiva sulla baby pensione.
CRESCITA
Misure per la crescita:
Ø Introduzione del modello di “flexsecurity” per le aziende che hanno necessità a licenziare in un momento di crisi economica. Indennità di disoccupazione che accompagna il lavoratore privato fino al reinserimento nel mondo del lavoro. (Proposta Ichino)
Ø Liberalizzazione del settore dei carburanti, delle ferrovie, dei trasporti, delle telecomunicazioni.
Ø Abolizione del tariffario minimo negli ordini professionali
Ø Riduzione del cuneo fiscale per le imprese gradualmente del 4% e decontribuzione del contratto di apprendistato per i giovani.
Ø Piano per l’agricoltura: rilancio export, garanzie sui redditi, incentivi all’innovazione sul campo, tutele contro lobby della grande distribuzione.
Ø Abolizione Irap per le aziende che investono in opere infrastrutturali di importanza strategica.
Ø Sostegno al modello cooperativo, in cambio di una pressione a un maggiore rinnovamento interno a favore dei giovani.
Ø Sblocco del patto di stabilità per i Comuni virtuosi che non presentano bilanci in rosso, i modo da poter mettere in cantiere le piccole opere.
Ø Investimenti per il trasporto pubblico locale
Ø Piano di esuberi della pubblica amministrazione: stabilizzazione dei precari e blocco per due anni di tutti i concorsi pubblici.
giovedì 10 novembre 2011
Via alla transizione di Monti, e dopo via i dinosauri
E' giunta l'ora di Mario Monti. Non è bello dirlo, ma siamo nelle sue mani. Non perchè non siano affidabili, anzi; è uno dei più grandi economisti europei, e nonostante le mille difficoltà, ha l'esperienza e le capacità necessarie per guidare un governo tecnico o di larghe intese che liberi l'Italia dalla situazione di emergenza. Non so però se riuscirà, in poco tempo, a ripulire il nostro paese dal degrado politico e culturale di cui la Seconda Repubblica è stata grande protagonista. Dicevamo in poco tempo, perchè dovrebbe trattarsi, teoricamente, di un governo di transizione. Ridare fiducia ai mercati, attraverso riforme strutturali importanti: cura dimagrante dello Stato centrale, piano di liberalizzazioni, privatizzazioni e dismissioni del patrimonio pubblico improduttivo, oltre a una riforma del mercato del lavoro e a un ridimensionamento dell'impiego pubblico eccessivo. Successivamente, se tutto ciò non basterà, allora servirà a malincuore un aumento delle imposte, partendo però da chi ha di più, e una riforma chiara delle pensioni, che però non deve toccare il principio dei 40 anni di lavoro, a mio avviso imprescindibile aldilà dell'età pensionabile. Facendo tutto ciò dovremo farcela, ma naturalmente la strada è ancora molto lunga. Per fare tutto questo ci vorrà almeno un anno, con la possibilità di andare a votare nella primavera del 2013. Per i partiti ci sarà il tempo di prepararsi alle urne, oltre a mantenere la fiducia al futuro governo Monti. Da qui sorge spontanea la domanda. Come si preparerà la politica al prossimo appuntamento elettorale? Buio assoluto. Anzi, si intravede una piccola luce, proveniente dal centrodestra. Berlusconi sicuramente non si candiderà, e lascerà il posto a qualche faccia nuova. In questo momento le timide speranze del Pdl sono aggrappate alla figura di Angelino Alfano, anche se poi c'è il nulla dietro di lui. E nel centro-sinistra? Per ora il nulla anche lì. Bersani, Di Pietro e Vendola, ormai vecchietti in termini politici. E il "bischerello" Renzi che sta alla porta, raccogliendo intanto l'apporto di molti giovani, la parte sana di questa Italia in declino.
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