La crisi finanziaria, il debito sempre più incontenibile e l'assenza di ricette valide per far ripartire l'economia devono costringere il nostro paese a fare una seria riflessione su ciò che siamo in grado di fare, di produrre e di mettere in evidenza sui mercati. Da tanti anni ormai il settore primario non rientra più nei piani economici dei vari governi in carica finora. Eppure, nonostante il periodo non proprio favorevole, è comunque un settore di base, un vero comparto dell'economia reale. La globalizzazione e la crescita demografica prevista per i prossimi decenni implicano che l'agricoltura ritorni ad essere un perno fondamentale per la solidità dell'economia. A fronte di una popolazione sempre più in crescita, le superfici utilizzate e le produzioni non riescono a mantenere il passo e saranno inevitabili scontri per accaparrarsi le provvigioni. La Cina, senza brillare per solidarietà nei confronti dei paesi più poveri, si è già mossa per tempo comprando e affittando migliaia di ettari in Africa e America Latina, per far fronte all'espansione della popolazione asiatica. E l'Italia che fa? Poco e nulla, essendo manipolata dall'Unione Europea in tema di Politica Agricola Comunitaria, e sempre meno competitiva sui mercati internazionali, ad eccezione delle grandi produzioni di qualità. Ma si può fare una nuova Italia agricola, che sperimenti magari nuove produzioni, incentivi neolaureati o giovani imprenditori a investire, per ritornare a giocare un ruolo di più alto profilo nella zona Ue, e per dare un ulteriore forte schiaffo all'economia virtuale, quell'economia che ci ha portato alla rovina.
venerdì 21 ottobre 2011
Ritornare all'agricoltura
La crisi finanziaria, il debito sempre più incontenibile e l'assenza di ricette valide per far ripartire l'economia devono costringere il nostro paese a fare una seria riflessione su ciò che siamo in grado di fare, di produrre e di mettere in evidenza sui mercati. Da tanti anni ormai il settore primario non rientra più nei piani economici dei vari governi in carica finora. Eppure, nonostante il periodo non proprio favorevole, è comunque un settore di base, un vero comparto dell'economia reale. La globalizzazione e la crescita demografica prevista per i prossimi decenni implicano che l'agricoltura ritorni ad essere un perno fondamentale per la solidità dell'economia. A fronte di una popolazione sempre più in crescita, le superfici utilizzate e le produzioni non riescono a mantenere il passo e saranno inevitabili scontri per accaparrarsi le provvigioni. La Cina, senza brillare per solidarietà nei confronti dei paesi più poveri, si è già mossa per tempo comprando e affittando migliaia di ettari in Africa e America Latina, per far fronte all'espansione della popolazione asiatica. E l'Italia che fa? Poco e nulla, essendo manipolata dall'Unione Europea in tema di Politica Agricola Comunitaria, e sempre meno competitiva sui mercati internazionali, ad eccezione delle grandi produzioni di qualità. Ma si può fare una nuova Italia agricola, che sperimenti magari nuove produzioni, incentivi neolaureati o giovani imprenditori a investire, per ritornare a giocare un ruolo di più alto profilo nella zona Ue, e per dare un ulteriore forte schiaffo all'economia virtuale, quell'economia che ci ha portato alla rovina. venerdì 14 ottobre 2011
C'è ancora speranza
Credo nell’Italia. Ma quanti problemi, quanti malfunzionamenti, in questo paese di Pulcinella, dove la stragrande maggioranza guarda al proprio bene,dimenticando che siamo una nazione unita. Quanto cose ci sarebbero da fare, in questa nostra bella terra, e che invece non sono state fatte, con la politica latitante, lontana dai problemi quotidiani, impegnata più a salvare poltrone e propri esponenti inquisiti che a difendere gli interessi di lavoratori e impresa. Il punto vero della questione non è il rischio default, nonostante sia cruciale per il nostro futuro, ci mancherebbe, ma il disegno che c'è oltre questa situazione. Questo Paese non ha un futuro su cui focalizzare l'attenzione, perchè non si è mai posto il problema di cambiare. Cambiare in tutto, dalla politica alle grandi questioni economiche, dall'energia all'istruzione, per non parlare poi dell'etica pubblica. Ci siamo dimenticati di cambiare le facce (e le teste) dei nostri politici: si sono alternati dal 1994, sono in Parlamento da cinque legislature e non hanno risolto i nostri problemi. Correlato a questo ci siamo dimenticati di fare una serie legge elettorale. Anzi, a dire il vero l'abbiamo fatta, ma se l'ha definita “porcata” pure il firmatario, allora non possiamo rasserenarci. Ci siamo dimenticati di riformare il lavoro e la previdenza: siamo il Paese che ha di fatto creato il suo debito pubblico mandando in pensione i dipendenti pubblici dopo 15 anni di lavoro, un'assurdità che ci è costata cara. Proviamo a mandare in pensione chi se lo merita dopo quarant'anni di lavoro, togliendo invece i soldi a chi la pensione l'ha ottenuta a neanche quarant'anni d'età, magari dopo un mandato a Montecitorio. Riformiamo il lavoro e il fisco ad esso legato, in modo che le imprese scelgano modelli d'assunzione basati su contratti a tempo indeterminato, operando attraverso una fiscalizzazione di vantaggio a chi assume giovani laureati, o magari trattenendo anche in tempi di crisi i lavoratori cinquantenni, ovvero quelli che più difficilmente potranno ricollocarsi sul mercato del lavoro in piena crisi. Dobbiamo poi ripensare ad un piano per l'energia e per le infrastrutture, necessarie per lo sviluppo del paese. Troppi incentivi per le energie rinnovabili non servono, anzi a volte danneggiano il sistema drogando il mercato. Dal punto di vista energetico bisogna cercare di equilibrare la torta della produzione. La pesante decisione del popolo italiano di abbandonare il nucleare può essere comprensibile dal punto di vista emotivo, ma certamente nel prossimo futuro si farà sentire. Questo perchè il fotovoltaico non riesce a garantire ancora produzioni sufficienti, e l'apporto del nucleare nello scacchiere era fondamentale. Sulle infrastrutture siamo indietro di parecchi anni. Oltre alla Tav, necessaria per il corridoio Europeo, è necessario una sburocratizzazione immediata delle procedure e uno sblocco delle risorse, attualmente bloccate dal patto di stabilità, che i Comuni hanno in giacenza, e che potrebbero dare un grosso aiuto in questa fase di recessione, mentre per le grandi opere sarà necessario il coinvolgimento di soggetti privati. Infine dobbiamo rifondare completamente il sistema universitario. Tralasciando un attimo la scuola di base, puntiamo al sistema universitario. La rivoluzione meritocratica deve essere centrale, al pari della ricerca. Per aumentare la qualità dell'istruzione dobbiamo sì selezionare bene i professori, ma non basta. Gli studenti sono tantissimi, e i corsi di laurea pure. Avanzo la proposta di mettere il numero chiuso a tutti i corsi, da verificare in base alle reali esigenze e iscrizioni. Agendo invece sulle tasse universitarie, farei un cambio di rotta, seppur molto contestabile. Tagliare le tasse d'iscrizione per le facoltà scientifiche, e incrementare leggermente quelle umanistiche. Questo non per discriminare qualcuno, ma per le reali esigenze di questo paese, che necessita un maggior numero di ingegneri, chimici, fisici e matematici. Tagliare le consulenze, e utilizzare quei fondi per bandire concorsi per nuovi ricercatori, svecchiando il personale. Tagliare gli stipendi dei rettori, rendere pubblici i bilanci, e autonomia finanziaria, tre capisaldi per ripartire. Tutto ciò che ho detto possono sembrare solo parole, e in effetti lo sono, destinate a rimanere tali. Ma io confido in una nuova classe politica, giovane, che si alleggerisca lo stipendio e che adotti una significativa cura dimagrante allo Stato, che venda i beni inutilizzati dello Stato, che rende possibile un federalismo fiscale equo, che prelevi più tasse su yacht, ville e paradisi fiscali piuttosto che colpire le rendite finanziarie, oltre a fare una tosta legislazione anti evasione. Solo così potremo avere risorse e cervelli per ripartire. Ma la strada è ripida e lunghissima. Ricordiamoci che siamo ancora il Paese in cui il presidente di una provincia del Trentino guadagna di più di Barack Obama. venerdì 16 settembre 2011
Un gran "casino"
L'Italia nella polveriera. Il presidente del consiglio nel bel mezzo dei traffici giudiziari, la spaventosa crisi economica e la credibilità pari a zero del nostro paese. Siamo a rischio, da tutti i punti di vista. Tralasciando i problemi che il premier ha qualche problemino personale con i magistrati, veniamo a capo della situazione economica. La manovra da oltre cinquanta miliardi tampona si la crisi del debito e si prefigge di azzerare il deficit entro la fine della legislatura, ma non offre nulla a chi vuole investire per la crescita economica. I buoni imprenditori, che hanno in mano il destino economico del paese, chiedono misure e interventi urgenti per ridare fiducia ai consumi. Ora, quando c'è una crisi economica, non c'è alternativa al mantenimento dei conti pubblici in ordine, e da questo lato Tremonti ha agi to con saggezza. Il problema è un altro. Senza la crescita, non c'è possibilità di mantenere i conti in ordine. Non c'è ancora stato un economista che abbia sperimentato una formula matematica che faccia automaticamente crescere il Pil, ma qualche ricetta c'è, soprattutto per l'Italia di questo momento. Favorire l'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, migliorare il sistema universitario, e ritornare all'economia reale, ovvero all'Italia manifatturiera che produce grazie al sudore e alle braccia, senza calcolatrici e carta, roba che per intenderci troviamo a Piazza Affari. sabato 27 agosto 2011
Autogol
Ecco come perdere credibilità. Essere un calciatore, avere un ottimo conto in banca, belle macchine, belle donne, e scioperare. Questo è l'identikit indiziato. Il silenzio e lo stop per la vergogna di questo paese, che, soprattutto nei momenti di crisi economica e politica, ha utilizzato il calcio come oppio per il popolo. Questa volta i politicanti del Palazzo Romano non potranno distogliere l'attenzione della gente con il calcio. La prima giornata non s'ha da fare, tutto rimandato al dopo Nazionale. Compromessi minuziosi e piccolezze contrattuali spengono così i riflettori del campionato più pazzo del mondo. Una delle pagine più nere della storia di questo sport nel nostro paese, bombardato come non mai dai giornali quest'oggi. Colpa dei giocatori? Un po'. Colpa delle società che li gestiscono? Molta. Troppi soldi, poco cuore. martedì 23 agosto 2011
Principio primo della crescita
Questa volta devo dare ragione alla Lega. Le pensioni sono già state abbondantemente toccate, da tutti i governi, di destra e di sinistra. Se c'è stata una peculiarità italiana che è stata più volte sottolineata in questa grave crisi è stata la sostenibilità e la solidità del nostro sistema pensionistico, nonostante un'età media pensionabile più giovane rispetto all'Europa. Questo si è reso possibile grazie alle varie riforme strutturali fatte negli anni, e ai recenti aumenti fino a 65 anni per i pensionamenti delle donne, nel pubblico e nel privato. Una manovra ulteriore potrebbe andare a soffocare un po' il sistema e i lavoratori, nonostante garantisca una fresca liquidità per l'Erario. Se si vuole veramente battere cassa, si possono recuperare tante risorse. Non per sembrare ancora una volta demagogici, ma va attuato un taglio immediato all'amministrazione centrale e locale, con l'abolizione di province, comunità montane, enti, commissioni e riduzione degli stipendi al livello della media europeo, il tutto da subito, dalle prossime elezioni, invece che rimandare come sempre nella storia della politica italiana. Dall'evasione fiscale possono arrivare tanti miliardi, ma il punto su cui lavorare è la vendita del patrimonio statale, che potrà garantire dai 200 ai 300 mld di euro. E' però necessario inserire un principio fondamentale all'interno della manovra. Parte dei risparmi devono essere destinati alla crescita. Senza crescita il debito e gli interessi su quest'ultimo aumentano: se non ripartiamo, è un cane che si morde la coda. E fra un anno dovremo rifare un'altra manovra.
venerdì 12 agosto 2011
Dovevamo pensarci prima
Se la manovra così com'è fosse confermata, sarebbe già un bel passo avanti nel collettivo italiano, anche se rimangono ancora molti dubbi e qualche piccolo rimpianto per non averci pensato prima. 50000 mila poltrone via da province e comuni non sono poche in un paese in cui da vent'anni si parla di tagliare i costi della politica e poi non se ne fa un bel niente. Purtroppo già vedere che questi posti saranno tagliati dalla prossima legislatura fa torcere il naso, anche se è inevitabile vista l'impossibilità di tagliare a giunta in corso. Se poi ci fosse anche una drastica riduzione in Parlamento di stipendi, vitalizi e privilegi, allora anche noi italiani comuni troveremo più facile fare qualche sacrificio per salvare questo paese dalle acque sporche in cui si ritrova. Erano anni che attendevamo liberalizzazioni e privatizzazioni, oltre alla tassazione delle rendite finanziarie: il fatto è che bisognava adottare questi provvedimenti già uno o due anni fa, quando era necessario ristrutturare il nostro sistema economico durante la crisi, per essere dinamici nel post crisi. Di riforme negli ultimi anni non se ne sono viste, a parte la riforma (fantoccio) della scuola. Se avessimo tagliato i costi della politica dieci anni fa, probabilmente il debito pubblico sarebbe ora minore, e forse magari aggiungendoci qualche aggiustamento su pensioni, ordini professionali ed evasione fiscale, avremo una crescita doppia o tripla rispetto a quella attuale. Tuttavia, siamo tutti sicuri su una cosa. E' finita un'era. E' finita l'era dell'economia del petrolio, dove dietro la carta virtuale dei pazzi broker di Wall Street non c'era un'economia reale che la sosteneva. E' finita l'era dei privilegi, anche se forse non è finita quella dei politici. E' ormai un brutto ricordo il pensionamento dopo 15 anni di contributi dei dipendenti pubblici italiani, una delle cause principali dello scoppio del debito pubblico. E' finita l'era del andare a credito per consumare di più. Insomma, in pratica è finita l'era in cui abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità. giovedì 21 luglio 2011
Eutanasia del centrodestra
Il clima non è quello del '92, sono troppe le differenze e differente è anche il contesto rispetto oggi. Ma la sostanza è quella, anche se c'è un elemento di portata storica E' la prima volta che, per fatti non di sangue, viene rilasciata dal Parlamento l'autorizzazione a procedere, anche se è chiaro che sono stati usati, forse per buoni motivi, due pesi e due misure. Alfonso Papa ha passato la prima notte in carcere ormai da ex parlamentare Pdl, mentre il collega e senatore Tedesco, ex Pd ora Gruppo Misto, l'ha scampata. Ormai è finita, la Lega sta lentamente iniziando a staccare la spina.
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